giovedì 15 dicembre 2016

MASTRU GILORMU

INTRODUZIONE AL POST

Questo omonimo post fu pubblicato circa nove anni fa, quando ancora non esisteva il blog da me aperto, nel sito nostrano www.villarosani.it , già creato da un gruppo di encomiabili giovani di Villarosa, per lo più residenti al Nord per motivi di studio.
Quando sorse sulla rete il network Facebook ci fu un forte improvviso calo di presenze nel nostro sito. A tanto poi si aggiunse che i volenterosi studenti divennero maturi lavoratori e giovani sposi, venendo loro meno il tempo materiale per curare il comune oggetto d’attenzione posto sulla Rete. Io stesso che avevo pubblicato un bel po’ d’interventi, sono stato costretto a “emigrare” in questo blog personale, ma aperto a chiunque, ricopiandovi quanto vi avevo scritto, senza problema alcuno.
Per quanto riguarda il presente post, già nel vecchio sito erano nate piccole rogne che si contraddicevano con lo spirito della mia iniziativa: “fotografare” Villarosa e villarosani così come erano stati: brutti e belli, costruttivi e distruttivi, encomiabili e riprovevoli.
Un particolare rompiscatole, che fin da ragazzo nella nostra comitiva avevamo soprannominato “Sottutto”, proprio lui chiaramente incompetente in fatto di computer e incapace persino d’entrare in Internet, si permetteva di spargere in giro il mio errore nell’aver offerto rilievo a un siffatto popolano abbastanza noto nel nostro tempo.


MASTRU GILORMU


Quale villarosano della mia generazione, e anche con un decennio meno, non conosceva mastru Gilormu?
Quell’uomo di fatica avanti negli anni, con la schiena piegata ad angolo, che s'incontrava per le vie del paese con addosso un sacco di quattro tumoli di grano o della corrispondente farina. Entrava nelle case di chi avesse grano da far macinare e non disponesse di animali da soma. A casa mia era presente a ciclo quasi fisso per il tempo che non si esaurissero i quattro tumoli di farina che egli ci portava dal mulino.
         Era uomo della massima fiducia che mai e poi mai avrebbe abusato del credito riconosciutogli dai suoi clienti, sottraendo dal sacco qualche junta [giumella] di farina.
         Credente che non frequentava la Chiesa né s’accostava a Sacramenti; era analfabeta puro e, a modo suo, saggio di pochissime parole.
         Da parte di quest’uomo, quasi di casa per il periodico servizio prestatoci, ricevetti il più grave degli affronti che mai avessi potuto immaginare, l’accusa di furto.
         Nella tarda serata d’un Dieci Agosto dei miei 11 o 12 anni, avevo da poco finito d’assaporare il tanto atteso cono gelato e godevo in pace “a musicata n’chiazza” in compagnia di mio padre e di suoi amici, quando s’avvicinò mastru Gilormu che col dito puntato mi accusava del fatto che io avevo rubato del carbone a don Giovanni Albo. Io caddi dalle nuvole e cominciai a difendermi con tutta l’anima. I grandi mi facevano segno di non farci caso, ma io non capivo, tanto che, pieno di vergogna per l’accusa infamante subita in pubblica piazza, scoppiai a piangere. A questo punto mio papà e gli altri rabbonirono l’accusatore promettendo che avrebbero provveduto come di dovere…
         Quando si fu allontanato gli adulti mi spiegarono che il poveretto era ubriaco e che io ero stato uno sciocco a non capire i loro segnali.
         Quella sera scoprii il punto debole di quell’umile e onesta persona che avevo conosciuto da sempre come irreprensibile nel corso della sua quotidiana attività: da ex uomo di miniera nel giorno festivo aveva alzato il gomito più del solito.
         Mio padre in seguito mi parlò a lungo di quell’uomo scarinatu do stirraturi fin dalla tenerissima età e costretto, sempre da vecchio, a carriari ancora sacchi pesanti per poter vivere, non esistendo per i vecchi in quel tempo una pur misera pensione.
         Era un buon padre di famiglia che si sacrificò al massimo anche per far sì che il figlio non lo seguisse nel suo duro lavoro: infatti questi divenne calzolaio e anche musicante nella banda cittadina.
         Da quel momento cominciai a capire che il poveretto aveva fatto esperienze molte diverse dalle mie: per me a sei anni s’era aperto il portone della scuola, mentre per mastru Gilormu, alla stessa età, il buco d’una miniera buia, nella qualità di carusu, condannato a portare alla luce stirratura pieni di materiale da cui si sarebbe ricavato il biondo zolfo.
         Mastru Gilormu amava la musica ma non poté fare ovviamente il musicante perché affaccendato in mansioni per lui vitali.
         Una sera d’estate m’intenerì una scenetta che si presentò ai miei occhi: salendo per la via Solferino sentivo la banda musicale locale che si esercitava nel cortile circondato da un muretto, ove c’era stato ubicato poco tempo prima il Cinema Arena. In piedi su d’una sedia, mastru Gilormu, pur stanco per una giornata di dura fatica, sbirciava al di là della barriera muraria e s’inebriava all’ascolto delle grezze note di prova.
         Gilormu, da zolfataio quale crebbe, era intriso d’una mentalità mille miglia lontana da quella, per fare un esempio, d'un agricoltore, per tradizione più vicino alla Chiesa.
         Il minatore, in genere, viveva a stretto gomito con la morte; sapeva che in caso di disgrazia la sua salma non sarebbe entrata in chiesa e che dritta dritta l’avrebbero calata in una buca scavata alla meglio al cimitero, senza un’aspersione d’acqua benedetta da parte d’un prete: sarebbe stato considerato un morto disgraziato e di conseguenza, ipotizzando che non aveva avuto il tempo di pentirsi dei suoi peccati, primo fra tutti quello di abituale bestemmiatore. I più maliziosi fra i solfatari aggiungevano che nelle famiglie di tali vittime restava solo fame e disperazione e, per spiegare la mancata cerimonia clericale, richiamavano il detto popolare che senza sordi non si nni cantano Missi.
         Tanto però non escludeva che nel profondo dell’animo lo zolfataio coltivasse una sua personale e profonda religiosità.
         Un giorno mastru Gilormu aveva riportato il solito carico di farina a casa mia, chiese una sedia per un breve riposo  e potersi asciugare il sudore con il suo fazzolettone che teneva sempre annodato al collo.
         Era presente un mio cugino, smanciusu per natura, che essendo figlio di commerciante aveva avuto modo di conoscere meglio il vecchio stacanovista, anche nel suo fondo religioso. Così, con molta serietà l’apostrofò:
- Mastru Gilò, asìsti?
         E il povero vecchio accaldato, annuendo più volte col capo rispose:
- Asìsti!... Asìsti sì!
         Mio cugino a questo punto cominciò a far ancor più il burlone calcando su quell’ "asìsti".
         L’anziano comprese a volo lo sfottò; lo fulminò con lo sguardo e sbottò:
- Asìsti la to’ vrigogna!


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