mercoledì 28 dicembre 2016

TIMIDI SEMI DI UMANA GIUSTIZIA

Qualche anno fa pubblicai per prima volta sul sito www.villarosani.it  il post  “Mastru Gilormu”.
Nei giorni seguenti, mentre ero di ritorno a casa, mi venne incontro un cittadino della mia generazione, che tra amici lo chiamavamo “Sottutto”. Dal sorrisetto ironico che egli sbandierava pronosticai che doveva uscirsene con qualcuna delle sue.
Mi bloccò ed esclamò: - Ccu tanti genti ‘mportanti c' a m’avutu a Villarrosa, d’ unni ti vinni di parlari di mastru Gilormu… a ccu po’ nteressari?”
Non m’ aspettavo proprio da lui una chiosa su un argomento trattato su Internet, lontana mille miglia dalle sue aspirazioni che in genere volano molto in basso. Non l’onorai di una risposta, perché essa sarebbe stata troppo pungente.
La cosa finì lì. Ma non per il mio cervello, che di sua iniziativa scavava in profondità dove il mio stato cosciente non arrivava …
In uno dei mattini seguenti, svegliandomi affiorò prepotentemente alla mia memoria un ricordo di circa 25 anni prima: io sul corso a leggere un annuncio della morte d’un mio anziano amico. Mi ero soffermato più di quanto si è soliti fare in queste circostanze perché mi stupì la reazione di alcuni cittadini che facevano commenti, che benevoli non erano ma nemmeno ostili.
Poco prima che io decidessi d’allontanarmi, si soffermò pure “Sottutto”, che commentò: “Oh, u dutturi Butera morsi? …. Mmah!... Nna so vita nunn’ha fattu mali… , ma mancu bbeni”.
In effetti un po' tutti esprimevano un simile giudizio.
Del resto, un democratico, per giunta giusto, non può piacere al popolo siciliano intriso di clientelismi, spesso odoranti di mafia.
Non era mia intenzione parlare di lui perché la sua figura non avrebbe commosso nemmeno quelli che lo conobbero.
Il dr. Butera non era tipo da trascinare le masse e non amava “bagni di folla”; egli lo sapeva e nulla mai fece per adeguarsi al costume dei tempi e farsi amare dal popolo per far carriera politica: coerentemente non si candidò mai a nessuna carica.
Professionalmente fu medico di buona fama ma per nulla ambizioso tanto che non volle allontanarsi dal piccolo ambiente villarosano. Solo alcuni anni fa, quando già non era più tra noi, appresi che nel passato si era specializzato in radiologia all’Università di Genova. Di tale particolare, anni addietro me ne parlò l’ex primario radiologo dell’Ospedale di Enna dr. Francesco Bonasera, che approdato nella città ligure dieci anni dopo il Butera per la stessa specializzazione, trovò ancora docenti che si ricordavano della competenza professionale e della seria personalità del suo conterraneo.
Per qualche decennio fu anche Ufficiale Sanitario nel nostro paese. La sua seria accuratezza non piaceva ai politici tanto che ridevano di lui, ovviamente in sua assenza, per via del doppio decimetro che teneva in mano nell’atto di esaminare con scrupolosità le pratiche edilizie.
Egli sapeva di non essere attraente alla massa, ma non cambiava i canoni della sua moralità solamente per apparire più gradito.
Io lo accettai così com’era e per me resta sempre un valido punto di riferimento del canone della giustizia e della democrazia.
Oggi voglio riprendere l'argomento riguardante il nostro concittadino per far riflettere quanti lo conobbero e quanti altri che forse non ne avrebbero sentito parlare mai più.
Il tema del mio intervento rimane sempre quello in voga, il favoritismo, che danneggia sempre i più meritevoli, disumanamente scartati dal pieno diritto e mortificati nel più profondo dell'anima e del sacrosanto legittimo interesse.
Uomini come il Butera, portatore di tali principi e lontano dalle interessate ambizioni, lasciano solamente timide tracce nello spirito di pochi.
Il comune cittadino pone ancora, come regola di vita, il detto: “Quantu vali n'amicu 'n chiazza mancu cent'unzi nna cascia”.
La nostra è stata da secoli una terra teoricamente sottoposta ad un Re che viveva in Spagna, a un Viceré mandato a Palermo, che era circondato costantemente da aristocratici nostrani che, salvo qualche eccezione, non avevano visitato nemmeno una volta nella vita le loro terre all'interno dell'isola e le avevano affidate a gabelloti, campieri e mafiosi, che tenevano costantemente sotto torchio un popolo d'affamati speranzosi d'una esistenza, sia pur misera e stentata.
Si sperava tanto, da parte degli spiriti più sani, che qualcosa con l'avvento della democrazia sarebbe cambiata, ma il favoritismo abbarbicato nel secolare costume non dico che potesse essere sradicato, ma che almeno fosse stato leggermente attenuato.
Uscire da questo mondo non può esser facile; di moltiplicare uomini seri che mirano al rinnovamento morale penso che non si possa nemmeno sperare...
Eppure, a costo di tediare i miei sparuti lettori, voglio provare ad introdurre un banalissimo episodio che è il debole segno della vaga speranza che qualche seme di buon senso forse ancora resiste in giro.
Un giorno degli anni '60 mi avvicinò un uomo un po' attempato, tale Cantella, che io conoscevo appena di vista, che, saputo della mia vicinanza col medico, mi chiese se potevo intercedere presso di lui per aver concessa la licenza d'esercizio di un'osteria nel pianterreno del corso Garibaldi, dove oggi esiste il negozio di Arcangelo Profeta, e dove precedentemente nei lontani anni '50 vi era sistemata la “Sala Trieste”, adibita a pista da ballo.
Io senza nulla promettere presi l'impegno di parlare con l'amico Ufficiale sanitario.
Quando cominciai ad esporre il problema, il dottore accennò un sorriso, raro nel suo viso, e bloccò delicatamente ogni altro mio dire: - Prima che lei mi faccia la domanda io le do la risposta. La Sala Trieste non è stata autorizzata da me. Un'osteria anche se accoglie forse meno persone d'una sala da ballo è sempre un pubblico locale. Forse lei non sa che il grande pianterreno sulla retrostante via Crema non è dotato d'alcuna uscita di sicurezza; esiste solamente una finestra munita di robuste e fisse sbarre di ferro, alzata a quasi due metri dal suolo sottostante. Siamo stati altamente fortunati nel passato perchè non si sia mai verificata una situazione tragica, simile a quelle che spesso si leggono sui giornali o si sentono in televisione. Facciamo una malaugurata ipotesi, che mentre si beve e si canta allegramente in osteria, un mezzo pesante che transita a gran velocità di notte sul corso, che, si tenga sempre in debito conto, è anche strada statale, e vada a schiantarsi sull'ingresso del locale incendiandosi...
Qui si fermò con tanta tristezza in viso, io abbassai gli occhi in segno d'acconsentimento.
Quindi riproposi gli stessi motivi delicati al signor Cantella che ben capì l'osservazione suggeritami e mi ringraziò ugualmente.
Il Cantella poco dopo aprì il suo esercizio in via Roma ove oggi sorge il panificio Vaccarella.
Nella storia banalissima che ho esposto c'è un seguito poco significativo, ma che dà un forte senso alla mia tesi. Nella successiva primavera si svolse una campagna elettorale e in tali giorni era comune costume che gli attivisti andassero a consumare cenette nelle osterie.
Una mattina un amico che era stato presente ad una di queste, mi chiese se l'oste Cantella fosse mio parente. Risposi di no. Quello, senza far nome, mi disse che un tale aveva parlato male di me e che l'oste gli si era scagliato contro con dure parole in mia difesa.
Poco tempo dopo non vidi più il mio difensore che suppongo sia andato all'estero.
Oggi è difficile che egli possa essere ancora in vita, ma figli o nipoti che da questi particolari potranno riconoscervi il consanguineo, ritengo di sì: voglio solamente dire che il loro caro era un gran signore, non perché difese me con impeto disinteressato, ma perché egli apparteneva a quella rarissima categoria di persone che non resta grata solo per i favori ricevuti ma anche per quelli non ottenuti per ragioni di giustizia e d'umanità.
Il mio sogno resta sempre quello che siano rimasti sulla terra tanti Butera e tanti Cantella, come semi d'una umanità migliore e che, sia pur lentamente, crescano sempre più di numero e riescano a mutare il nostro non lodevole costume.

In fine vorrei far capire a tanti sapientoni che ci sono in giro, che oltre alle persone su citate, anche Mastru Gilormu è stato un aspetto utile della realtà, checché se ne possa pensare.

giovedì 15 dicembre 2016

MASTRU GILORMU

INTRODUZIONE AL POST

Questo omonimo post fu pubblicato circa nove anni fa, quando ancora non esisteva il blog da me aperto, nel sito nostrano www.villarosani.it , già creato da un gruppo di encomiabili giovani di Villarosa, per lo più residenti al Nord per motivi di studio.
Quando sorse sulla rete il network Facebook ci fu un forte improvviso calo di presenze nel nostro sito. A tanto poi si aggiunse che i volenterosi studenti divennero maturi lavoratori e giovani sposi, venendo loro meno il tempo materiale per curare il comune oggetto d’attenzione posto sulla Rete. Io stesso che avevo pubblicato un bel po’ d’interventi, sono stato costretto a “emigrare” in questo blog personale, ma aperto a chiunque, ricopiandovi quanto vi avevo scritto, senza problema alcuno.
Per quanto riguarda il presente post, già nel vecchio sito erano nate piccole rogne che si contraddicevano con lo spirito della mia iniziativa: “fotografare” Villarosa e villarosani così come erano stati: brutti e belli, costruttivi e distruttivi, encomiabili e riprovevoli.
Un particolare rompiscatole, che fin da ragazzo nella nostra comitiva avevamo soprannominato “Sottutto”, proprio lui chiaramente incompetente in fatto di computer e incapace persino d’entrare in Internet, si permetteva di spargere in giro il mio errore nell’aver offerto rilievo a un siffatto popolano abbastanza noto nel nostro tempo.


MASTRU GILORMU


Quale villarosano della mia generazione, e anche con un decennio meno, non conosceva mastru Gilormu?
Quell’uomo di fatica avanti negli anni, con la schiena piegata ad angolo, che s'incontrava per le vie del paese con addosso un sacco di quattro tumoli di grano o della corrispondente farina. Entrava nelle case di chi avesse grano da far macinare e non disponesse di animali da soma. A casa mia era presente a ciclo quasi fisso per il tempo che non si esaurissero i quattro tumoli di farina che egli ci portava dal mulino.
         Era uomo della massima fiducia che mai e poi mai avrebbe abusato del credito riconosciutogli dai suoi clienti, sottraendo dal sacco qualche junta [giumella] di farina.
         Credente che non frequentava la Chiesa né s’accostava a Sacramenti; era analfabeta puro e, a modo suo, saggio di pochissime parole.
         Da parte di quest’uomo, quasi di casa per il periodico servizio prestatoci, ricevetti il più grave degli affronti che mai avessi potuto immaginare, l’accusa di furto.
         Nella tarda serata d’un Dieci Agosto dei miei 11 o 12 anni, avevo da poco finito d’assaporare il tanto atteso cono gelato e godevo in pace “a musicata n’chiazza” in compagnia di mio padre e di suoi amici, quando s’avvicinò mastru Gilormu che col dito puntato mi accusava del fatto che io avevo rubato del carbone a don Giovanni Albo. Io caddi dalle nuvole e cominciai a difendermi con tutta l’anima. I grandi mi facevano segno di non farci caso, ma io non capivo, tanto che, pieno di vergogna per l’accusa infamante subita in pubblica piazza, scoppiai a piangere. A questo punto mio papà e gli altri rabbonirono l’accusatore promettendo che avrebbero provveduto come di dovere…
         Quando si fu allontanato gli adulti mi spiegarono che il poveretto era ubriaco e che io ero stato uno sciocco a non capire i loro segnali.
         Quella sera scoprii il punto debole di quell’umile e onesta persona che avevo conosciuto da sempre come irreprensibile nel corso della sua quotidiana attività: da ex uomo di miniera nel giorno festivo aveva alzato il gomito più del solito.
         Mio padre in seguito mi parlò a lungo di quell’uomo scarinatu do stirraturi fin dalla tenerissima età e costretto, sempre da vecchio, a carriari ancora sacchi pesanti per poter vivere, non esistendo per i vecchi in quel tempo una pur misera pensione.
         Era un buon padre di famiglia che si sacrificò al massimo anche per far sì che il figlio non lo seguisse nel suo duro lavoro: infatti questi divenne calzolaio e anche musicante nella banda cittadina.
         Da quel momento cominciai a capire che il poveretto aveva fatto esperienze molte diverse dalle mie: per me a sei anni s’era aperto il portone della scuola, mentre per mastru Gilormu, alla stessa età, il buco d’una miniera buia, nella qualità di carusu, condannato a portare alla luce stirratura pieni di materiale da cui si sarebbe ricavato il biondo zolfo.
         Mastru Gilormu amava la musica ma non poté fare ovviamente il musicante perché affaccendato in mansioni per lui vitali.
         Una sera d’estate m’intenerì una scenetta che si presentò ai miei occhi: salendo per la via Solferino sentivo la banda musicale locale che si esercitava nel cortile circondato da un muretto, ove c’era stato ubicato poco tempo prima il Cinema Arena. In piedi su d’una sedia, mastru Gilormu, pur stanco per una giornata di dura fatica, sbirciava al di là della barriera muraria e s’inebriava all’ascolto delle grezze note di prova.
         Gilormu, da zolfataio quale crebbe, era intriso d’una mentalità mille miglia lontana da quella, per fare un esempio, d'un agricoltore, per tradizione più vicino alla Chiesa.
         Il minatore, in genere, viveva a stretto gomito con la morte; sapeva che in caso di disgrazia la sua salma non sarebbe entrata in chiesa e che dritta dritta l’avrebbero calata in una buca scavata alla meglio al cimitero, senza un’aspersione d’acqua benedetta da parte d’un prete: sarebbe stato considerato un morto disgraziato e di conseguenza, ipotizzando che non aveva avuto il tempo di pentirsi dei suoi peccati, primo fra tutti quello di abituale bestemmiatore. I più maliziosi fra i solfatari aggiungevano che nelle famiglie di tali vittime restava solo fame e disperazione e, per spiegare la mancata cerimonia clericale, richiamavano il detto popolare che senza sordi non si nni cantano Missi.
         Tanto però non escludeva che nel profondo dell’animo lo zolfataio coltivasse una sua personale e profonda religiosità.
         Un giorno mastru Gilormu aveva riportato il solito carico di farina a casa mia, chiese una sedia per un breve riposo  e potersi asciugare il sudore con il suo fazzolettone che teneva sempre annodato al collo.
         Era presente un mio cugino, smanciusu per natura, che essendo figlio di commerciante aveva avuto modo di conoscere meglio il vecchio stacanovista, anche nel suo fondo religioso. Così, con molta serietà l’apostrofò:
- Mastru Gilò, asìsti?
         E il povero vecchio accaldato, annuendo più volte col capo rispose:
- Asìsti!... Asìsti sì!
         Mio cugino a questo punto cominciò a far ancor più il burlone calcando su quell’ "asìsti".
         L’anziano comprese a volo lo sfottò; lo fulminò con lo sguardo e sbottò:
- Asìsti la to’ vrigogna!


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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo