sabato 15 marzo 2014

San Calò, porta panoramica su Villarosa, e altro



 
Su San Calò c’è tantissimo da dire, del culto del Santo, del luogo, e anche dei suoi aspetti più strambi.

Quanti abbiamo conosciuto il paese nell’antica topografia tracciata dalla pittrice Rosa Ciotti, guardando il culmine del piccolo dosso dal basso lo qualificavamo come il confine estremo oltre il quale si poteva andare solamente se si aveva un motivo specifico per inoltrarsi.

Io, già da tempo, ero  arrivato alla Colonia, ma con mio padre e i suoi amici solamente nelle belle  domeniche di pomeriggio allungando l’ inusuale  percorso al di là del breve tratto tra la Piazza e il Ponte Caramanna.

Un amico di mio padre don Turiddu d’Alù, ferroviere in pensione e quindi il più anziano della compagnia, era quello che in genere proponeva d’allungare la passeggiata “fuori porta”, alla “Colonia”, che qualche vecchietto del paese nominava, a suo modo, come “Chilònia”.  L’attempato amico di papà, per scherzarci sopra, usava spesso questo termine. Non aveva fatto però i conti con l’unico mocciosetto della compagnia, cioè io, che lo correggevo puntualmente di volta in volta. In tal modo la compagnia passava un po’ di tempo, fin quando cominciai a capire che si trattava solamente di una stuzzicante sfida. Essa per scherzo continuò per anni ancora, anche quando, io divenuto giovanetto, di tanto in tanto incontravo il caro don Turiddu.

La mia grande aspirazione intanto era divenuta quella di fare una passeggiata, come i grandi, arrivando a San Calò con qualche amico della mia età, senza accompagnamento d’adulti.
La prima passeggiata a San Calò tra noi ragazzini la proposi io a Michele Palmeri, mio coetaneo, all’uscita dalla messa di una domenica di primavera. Ricordo che nella via del ritorno, scendendo verso il centro, ci sentivamo più emancipati, come se fossimo finalmente usciti dall’infanzia e promossi alla qualifica di giovanotti.
Avvenne oltre sessanta anni fa che invece scoprii San Calò, come porta panoramica di Villarosa.

       Dal 1950  al 1953 studiai al Liceo di Caltanissetta; abitavo con grandi sacrifici miei e dei miei familiari in “stanza in famiglia” perché allora non c’era ancora la comoda opportunità dei mezzi di trasporto, che si svilupparono solamente qualche anno dopo; si tornava generalmente in paese tre volte l’anno, per le vacanze di Natale, di Pasqua, e infine a giugno, a conclusione dell’anno scolastico.

      In uno di questi tre rientri a casa, stavo sulla corriera col mio compagno, di classe e di stanza, Peppe Notarrigo, che dopo la maturità classica si stabilì definitivamente al Nord.

       Viaggiava pure sullo stesso autobus, fra gli altri passeggeri, una matura signora che andava a trovare per la prima volta parenti di Pietraperzia, stabilitisi da poco a Villarosa.

     La donna vantava la bellezza del suo paese in modo un po’ spropositato, tanto che produsse uno stato di risentimento nel mio giovane collega che, per tutta risposta, subito si mise ad esaltare il nostro paese.

       La discussione fra i due divenne animata nella totale indifferenza degli altri viaggiatori.

       Quando cominciai a percepire che la disputa era scivolata in una diatriba futilmente snervante, volli intervenire chiedendo a Peppe s’egli era mai stato a Pietraperzia e alla signora se aveva avuto modo di visitare già Villarosa. Alla risposta negativa dei due, io strinsi la questione stabilendo che ognuno si teneva nel cuore il suo bel paese, perché, continuando in tal modo, non si sarebbe mai arrivati a un accettabile risultato. D’incanto tornò il silenzio. La signora si accontentò di godere il paesaggio del tutto simile a quello d’ogni altro posto del Centro-Sicilia e gli altri passeggeri ne approfittarono per rilassarsi o per sonnecchiare un po’.

        Quando l’autobus arrivò davanti alla chiesetta di San Calogero e si aprì alla vista dei villarosani sull’autobus il già noto Corso Garibaldi, si sentì la signora di Pietraperzia, rompere il silenzio:
- Oooh! Quant’è bello! …. Non me lo aspettavo così! …. Aveva ragione il giovanotto! …

     Mentre siamo in argomento, voglio aggiungere altri aspetti del nostro caro paese per com’era in tempi in cui tanti giovani non erano ancora al mondo.

      Il Corso Garibaldi nei primissimi anni ’50 era diverso dall’attuale; identica era ovviamente l’ampiezza, ma più ristretta era la sede stradale, perché tra l’asfalto non ben cilindrato e i due marciapiedi c’erano due cunette, lastricate a ciottoli, che servivano a far defluire l’acqua piovana. Ho parlato di marciapiedi, ma allora erano solamente quattro e brevi panchine rivestite con “balate” (lastre di pietra), due per ciascuno dei due Corsi perpendicolari; essi partivano dai quattro canti e terminavano alla prima traversa che la interrompevano. I restanti marciapiedi erano di terra battuta, come quasi tutte le vie del paese. 

     La piazza principale ottagonale, la sera in genere e di festa in particolare, era stracolma di persone che parlavano a crocchi e quanti avevano voglia di muoversi passeggiavano sulla sede stradale, non disturbati affatto dal transito di automobili, al tempo pressoché inesistenti, di consuetudine fino al ponte Caramanna, dove iniziava la piccola salita che si concludeva davanti alla chiesetta del Santo. Per offrire un’immagine tutta diversa da quella degli ultimi decenni voglio citare una foto sfocata in bianco nero dei primi anni ’50, appesa per molti anni (e forse ancora) su una parete del Bar centrale, come vero cimelio storico, che raffigurava l’assolato Corso Garibaldi, dalla piazza verso san Calogero, lungo il quale non si scorgeva nessunissima auto parcheggiata e nemmeno qualche altra in transito, né ancora il corso era stato adornato dai begli alberi di ligustrum japonicum, piantati, poco più tardi, nel 1954.

      Nondimeno era quello lo scenario che sbalordì la signora pietrina, che, con estrema sincerità, ebbe a riconoscere la peculiarità del nostro Corso.

    Per chi voglia approfondire l’argomento dal punto di vista dello sviluppo rettilineo seguito dalla Ciotti, può leggere il post “Barone del popolo”, in cui il protagonista, da analfabeta qual era, sostenne una tesi che a me giovane sembrò stramba, ma che poi io stesso potei verificare visivamente nel 1960: seguendo lo sviluppo lineare, ora ideale, del Corso Garibaldi; esso dopo San Calogero sarebbe andato a finire a colpo d’occhio propriamente sull’ultima palazzina della via Pola, a Villanova, dove io insegnai in quel lontano anno.

    Villarosa, senza un piano regolatore serio, nei decenni scorsi ha perso lo spirito geometrico ciottiano; poi, specialmente nella zona nuova, essa è stata lasciata crescere disordinatamente.

    Già che ci siamo nell’argomento voglio dilungarmi stupendo il lettore con la sorprendente affermazione che perfino i ciechi hanno potuto verificare la particolare scacchiera villarosana.
Qualcuno penserà: - Questa sì che è buona!

   Da giovane ero molto vicino, quale presidente dell’ Azione Cattolica giovanile, a monsignor Marino, parroco della Chiesa dell’Immacolata Concezione. Una sera egli mi stupì con la stessa affermazione, da me appena citata, ma subito dopo mi chiarì la circostanza.

     Quello stesso giorno era sceso in piazza da un autobus un cieco, stretto parente di una suora delle Orsoline. Nessuno seppe dargli un’indicazione esatta perché nessuno conosceva con quel nome la confraternita indicata dal poveretto, ma tutti avrebbero saputo senz’altro indicargli la Casa Sant’Angelo. Così lo avviarono alla Concezione per avere un’indicazione più esatta.

  Subito padre Marino si mise a disposizione e insieme s’incamminarono.

      Strada facendo il cieco asserì: - Sono larghe le vie di questo paese.

    Poco dopo, prima d’arrivare in via Marguglio,  aggiunse ancora:             - Ben squadrate, sono le strade.

    A questo punto il parroco incuriosito timidamente provò a dire:
      - Lei, a quanto pare, qualcosa la vede …  

   Al che quello rispose che era totalmente privo della vista e subito gli offrì la spiegazione delle sue due precedenti affermazioni: egli s’era reso conto, attraverso la massa d’aria percepita con la sensibilità tattile della sua persona, dell’ampiezza delle vie; poi, dalla constatazione delle svolte fatte sempre ad angolo retto, ne aveva tratta la conclusione che le strade erano ben disposte a squadra.

    Per quasi duecento anni prima i Notarbartolo e successivamente gli amministratori villarosani furono pronti a seguire le indicazioni di Rosa Ciotti, negli ultimi decenni invece s’é perso il lume della ragione ed è prevalsa la nozione della convenienza personale.

    Forse sarebbe stato più utile ed economico rivolgersi a un cieco intelligente e a un analfabeta intuitivo, anziché a ingegneri, palazzinari e politici che hanno condotto il bel paese all’attuale stato.


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