mercoledì 15 febbraio 2012


Respìca (o Rèspica, cioè guarda intorno)



Respìca, monte a tramontana di Villarosa, così nominato dagli antichi abitanti della zona ed ancora dagli attuali. Di tale denominazione però non c’è traccia in documenti ufficiali, nelle carte è indicato invece come monte Giulfo, alto 761 m. s.l.m. 

Una strana piccola altura con due nomi diversi: il versante che guarda pressappoco a sud, in faccia a Villarosa, viene chiamato Respìca, quello opposto della stessa, Giulfo, è nominato popolarmente Giurfu.

Tantissimi villarosani e priolesi nel tempo si sono scervellati invano nel cercare nelle storie e nelle tradizioni locali un re di nome Spica,  o almeno un personaggio importante da cui la montagna che domina i loro paesi avrebbe preso la denominazione.

La planimetria di Villarosa sembra essere stata tracciata apposta per consentire ai futuri abitanti di ammirare la maestosità di tale sommità dirimpettaia, tutt’altro che eccelsa, ma più imponente di oggi perchè a quei tempi i ginisara di Verona (1) non esistevano, non essendo  ancora esplosa la corsa allo zolfo.

Io da ragazzo vedevo lo stesso sfondo che si ammira ancor oggi, ma i conoidi di rosticci allora erano di color rosa più vivo e non erano solcati dalle erosioni delle acque piovane che si riversano nella valle sottostante. Da bambino io vivevo in un mondo in cui lo zolfo era protagonista in ogni attività, discorso o disputa. Mio padre alle domande che ponevo su quei materiali di enorme quantità depositati a vista dei villarosani, mi rispondeva con precisi particolari su come s’erano formati, ma non mancava di concludere che essi in sostanza erano impastati col sudore e il sangue di quanti avevano trascorso l’intera esistenza cominciando da “carusi”, dai sei anni in su fino alla vecchiaia, se si aveva la fortuna di arrivarci vivi.

Molte volte più tardi mi sono chiesto come doveva apparire il fianco nativo del monte liberato dai milioni di tonnellate di terra bruciata depauperata del biondo elemento. Di tutt’altra natura invece il versante nord di Giulfo-Respìca, che è una delizia  per il fresco d’estate, le sorgenti d’acqua limpida e l’abbondanza di frutta d’ogni varietà.

L’abbondanza dei pregi del luogo non poteva essere trascurata dagli abitatori dei millenni passati, tanto è vero che quel versante è pieno di testimonianze di antiche civiltà, che se pur depredate hanno lasciato segni indelebili.

Il versante villarosano non mostra presenze di antichi resti, ma non possiamo escludere che, sotto lo strapiombo della dominante altura, antiche vestigia siano state coperte dai rosticci di miniera; tanto è probabile in quanto a poche centinaia di metri a girare nell’arenaria del monte sono stati scoperti avelli sepolcrali perfettamente intagliati a squadra e già depredati dei contenuti funerari.

Tutt’altra cosa la vicina zona di nord-est, che ha restituito resti e frammenti di antichi manufatti. Di essa spero di riprendere il discorso in altro momento.

Intanto non voglio allontanarmi dal misterioso nome di Respìca che non trovo in nessun contesto, tranne uno.

Respica è un piccolissima montagna rispetto ad Enna o l’Altesina, ma con una caratteristica dovuta alla sua cima pianeggiante dove si può passeggiare e da ogni angolo di essa si possono ammirare panorami a 360°. Tanto non avviene agevolmente su una più alta sommità accidentata e più vasta.

Quella che segue è una mia ipotesi non dimostrabile, ma penso degna di qualche considerazione. In ogni caso voglio soltanto aprire un discorso e sarò felice se altre tesi più convincenti ne scaturiranno.

Leggendo qua e là di storia romana, ho rincontrato un antico motto in latino che veniva sussurrato all’orecchio del condottiero che tornava in Roma vincitore e a cui la Patria dedicava un sontuoso trionfo: l’eroe, incoronato d’alloro e preceduto dai regnanti sconfitti in catene, avanzava per i Fori fra ali di folla esultante. Nel colmo della sua gloria sul carro, alle sue spalle, veniva posto uno schiavo che aveva l’incarico di sussurrargli di tanto in tanto: “Réspica te, hominem te memento”, cioè “Guardati intorno, ricorda che sei un uomo”

Nel caso nostro non c’entra propriamente il motto di storia romana citato, ma dobbiamo tener conto che i Romani furono padroni della Sicilia per lunghissimi secoli e non mi sembra peregrina l’ipotesi di mettere in rilievo la peculiarità della cima che offre l’opportunità di poter dominare l’intero panorama solamente guardandosi intorno. Ad esempio la costruzione che campeggia ancora oggi su Respica avrebbe potuta essere un tempo una splendida villa romana, il cui proprietario sarebbe stato orgoglioso del fatto che con un colpo d’occhio poteva abbracciare il verde del Giulfo, la citta ad est, forse Pizarolo, la Rocca Danzese con lo spuntone di roccia che ricorda un grande dente, le colline fitte di boschi compresa a sud la sede della futura nostra cittadina, prima che la scure li avrebbe devastati per far posto a campi di grano.

Il nome della mia ipotesi avrebbe cambiato nel tempo solamente un accento e mantenuta la grafia, ma questa stessa si è persa sulle carte, dove invece è stato tramandato il nome Giulfo.

Quale altro conquistatore ce l’avrà imposto? 

      

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(1)  Da ragazzo mi chiedevo da dove saltava fuori il nome della città veneta, ma nessuno, compresi i più anziani,  mi sapeva rispondere. Leggendo qua e là notizie sulle miniere ho scoperto che Verona era il cognome di una famiglia palermitana, titolare di un complesso industriale relativo all’ estrazione del giallo elemento.
(2)  Sempre sull’onda dei nomi trasformati, abbiamo nelle vicinanze un esempio più recente: “a rrobba da Gàrcia” (e anche il detto, “a liggi da Gàrcia”); tale nome potrebbe derivare da proprietari spagnoli (per tanti secoli pure essi dominatori in Sicilia) il cui cognome si dovrebbe leggere “Garsìa” e non “Gàrcia”.

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